ARTICOLO 18Fra la letera e lo spitiro
Premetto che il lavoro non ha solo scopo di reddito ma anche un valore antropologico; in esso l'uomo si realizza. In questo senso è un diritto-dovere di ognuno che va tutelato. Spesso la discussione sull'articolo 18, nato per tutelare questo diritto, si irrigidisce su posizioni contrapposte. La domanda che dobbiamo farci è: quell'articolo davvero tutela i lavoratori, compresi quelli disoccupati, e soprattutto tutela i giovani in cerca di lavoro? La disoccupazione è al 9%; per i giovani è al 31% e al sud supera il 50%. Considerando che la statistica rileva solo chi ha perso il lavoro e lo cerca, si può pensare che il numero dei non occupati è più alto. La risposta è negativa. Occorre ritrovare lo spirito che dettò quell'articolo a suo tempo, ma modificarne l'attuazione, considerando che ci sono circa quaranta modalità di contratto in cui il lavoratore non è tutelato. Se lo spirito è la tutela di tutti i lavoratori, o aspiranti tali, conviene pensare ad una riforma delle politiche e del mercato del lavoro, abbandonando rigidità ideologiche. Quando la crisi è strutturale forse conviene pensare alla modifica degli ammortizzatori sociali, i quali, più che compensare la crisi con cassa integrazione o sussidi di disoccupazione, dovrebbero essere orientati a mettere i lavoratori nelle condizioni di lavorare altrove attraverso percorsi guidati, servizi e incentivi. L'idea fondamentale, che qualche anno fa era al centro delle riflessioni, è quella di garantire, invece del posto, la carriera del lavoratore accompagnandolo da un posto di lavoro ad un altro, possibilmente nel territorio, e senza perdere la professionalità acquisita. È fuori di dubbio che rimanere allo stesso posto è preferibile. Il ricorso alla cassa integrazione può valere solo per quelle imprese che hanno effettive possibilità di recupero di mercato in breve tempo. Non può diventare uno strumento che incentiva il non lavoro o il lavoro nero; il quale in certe condizioni è quasi inevitabile per il lavoratore in attesa di un assegno integrativo. Si potrebbero condizionare i sussidi alla formazione e alla ricerca attiva di un posto di lavoro, sostenute da appositi strumenti sociali. Si dovrà avere un'attenzione particolare per le persone che più sono a rischio di esclusione permanente dal lavoro: gli ultracinquantenni, le donne, chi ha completato gli studi o ne è uscito e i giovani che né vanno a scuola né cercano occupazione. In passato si pensava di coordinare la formazione scolastica all'occupazione. Si parlò anche di contratti di solidarietà e nacque uno slogan che diceva: lavorare meno, lavorare tutti. Se nella discussione, invece di irrigidirsi, ci si attrezzasse di argomenti più significativi e perspicaci, la flessibilità del mercato del lavoro non sarebbe sinonimo di precarietà o esclusione definitiva dal lavoro.
Franco Appi
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