I cattolici e la politica

Il circolo Acli IL PONTE di Meldola ha organizzato un incontro pubblico dal tema "L'impegno dei cattolici in politica" e ne ha parlato attraverso la testimonianza di due aclisti impegnati in questo campo e cioè con Silvia Nannini, di professione insegnante, impegnata in politica in quanto Assessore nel Comune di Tredozio per il Centrosinistra; e con Damiano Bartolini, impiegato presso la Banca di Forlì, impegnato in politica in quanto ex candidato sindaco per il comune di Premilcuore per il centrodestra e spesso coinvolto in attività di volontariato… Prima di lasciare la parola agli ospiti, il presidente del circolo ha cercato di inquadrare brevemente il tema, avvalendosi di alcuni passaggi tratti da una relazione su questo argomento di Giorgio Campanini, per lunghi anni professore delle dottrine politiche, di Etica sociale e di teologia del Laicato, e di Don Appi entrambi ascoltati negli incontri della scuola di formazione sociale e politica appena conclusasi a Forlì. Secondo Campanini il rapporto tra cristiani e politica è sempre stato problematico: da una parte l'appartenenza alle autorità costituite, dall'altro il distacco, l'estraneità (è meglio obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, Atti 5,29), la coscienza critica, la potenziale disobbedienza. L'avvento delle moderne democrazie costituisce un elemento di grande novità, almeno nei paesi di cultura occidentale. I regimi democratici hanno riconosciuto alcuni fondamentali valori, che sono, fra l'altro valori evangelici, quali la distinzione tra chiesa e stato, tra religione e politica, il principio della libertà religiosa, l'affermazione della centralità della persona, i grandi valori della giustizia sociale. Così la cittadinanza del cristiano è divenuta più praticabile e meno conflittuale. Sempre secondo Campanini, la spinta alla partecipazione dei cristiani alla vita politica si è realizzata nelle democrazie o con la forma della partecipazione da dissenso o con la partecipazione da consenso. L'esigenza di partecipare alla vita politica è stata motivata all'inizio soprattutto dalla necessità di fronteggiare la minaccia recata dallo Stato non solo alla Chiesa, ma talvolta agli stessi valori religiosi (Derive laiciste e totalitarie). Di qui la nascita di sindacati cristiani e di partiti democratico-cristiani, cristiano-sociali in tutta Europa. Progressivamente la partecipazione da dissenso si trasforma in partecipazione da consenso. Atteggiamento non solo difensivo ma propositivo. Non più difendere la chiesa ma costruire una nuova democrazia ad ispirazione cristiana. Oggi queste spinte partecipative sono venute meno. Non è sentita più necessaria la partecipazione da dissenso e anche la partecipazione da consenso è meno forte: i valori religiosi tendono ad essere rimossi dalla vita pubblica e consegnati alla vita privata. Di qui il venir meno della spinta ad una partecipazione alla vita della comunità civile. Però, oggi, non si può rinunciare ad essere "anima nel mondo" (A Diogneto), non nella presunzione di essere gli unici portatori della verità, ma nella consapevolezza che ogni forma dell'agire umano sia nell'orizzonte del Regno che viene. Non c'è posto per un astratto e disincantato spiritualismo. Il magistero della Chiesa è stato costante nel sottolineare l'importanza della partecipazione alla vita pubblica. In particolare la Gaudium et Spes afferma che la società politica: • Dev'essere orientata ad affermare e garantire i diritti della persona (n.73) • Deve perseguire la realizzazione del bene Comune (n.74) Entrambi i punti devono rispettare l'ordine morale. In conclusione, l'impegno nella comunità civile è responsabilità di tutti (n.75). E' la politica come servizio. La maggior sfida che la cultura post-moderna pone al credente che intenda essere attivo nella costruzione della città degli uomini, non riguarda tanto la forma delle istituzioni democratiche quanto la qualità. Questa è la nuova frontiera dell'impegno dei cattolici nella comunità politica: dotare di senso e riempire di contenuti la democrazia. Le modalità concrete di esercizio di questa presenza dei cattolici possono essere invece diverse: o la presenza organizzata in forme politiche di esplicita o implicita ispirazione cristiana, o la presenza individuale in formazioni politiche non incompatibili con la fede cristiana. La politica non è tutto, ma senza una buona politica non si ha una buona società. A questo discorso si riallaccia il concetto di cittadinanza responsabile delineato da don Appi. Tale concetto indica il protagonismo dei singoli membri di una società politica i quali, innanzitutto, sono consapevoli dell'appartenenza alla comunità umana, e già nelle scelte personali, nei loro stili di vita, nelle loro dinamiche culturali esprimono e realizzano un concetto di società. Inoltre essi interagiscono con le strutture preposte al governo e con le autorità che le guidano; essi non sono solo destinatari delle azioni di governo, ma attori prima delle scelte con le elezioni, e poi delle azioni politiche controllando e verificando l'attività di governo. Non si perde la sovranità nell'esercizio elettorale, ne è solo un momento. L'esercizio della cittadinanza esige la partecipazione alla formazione della opinione pubblica e di conseguenza ad un uso consapevole dei mezzi di comunicazione; esige una partecipazione alla vita sociale culturale che non difetti di confronto sui modelli esistenziali dei suoi componenti. La cittadinanza così formata, continua don Appi, diventa strumento di promozione dei cittadini i quali rendono viva la società quale vero soggetto attivo della politica e struttura originaria della vita delle persone. Solo in una vita di società attiva si entra davvero nella dimensione politica che non è solo da concepire come in mano al sistema politico, ma di tutti i cittadini nelle loro scelte quotidiane. Ai due ospiti, che hanno cercato di attualizzare questi principi nella loro esperienza politica locale, è stato chiesto di riportare la loro esperienza delineando i doveri di un cattolico impegnato in politica e di esprimere la loro opinione su Bene Comune e sul concetto di cittadinanza responsabile. Silvia, dopo essersi presentata al pubblico presente, ha sottolineato l'importanza della formazione personale e delle circostanze favorevoli che ci devono essere per far sì che una persona scelga di dedicarsi a questo servizio specifico, a questa "forma di carità"… di rispondere a questo tipo di chiamata, che lei considera una missione. • Secondo Silvia, occuparsi della "cosa pubblica" è una vocazione…… è "dire di sì" ad una situazione che ti interpella direttamente dopo aver percorso un certo cammino. In particolare il cristiano che si impegna in politica dà la propria disponibilità supportato da una storia personale che gli ha insegnato che cosa significhi "essere al servizio" (tutti servi in definita inutili anche se chiamati ad impegnarsi in un preciso momento storico; non essere guidati da alcun tipo di INTERESSE personale o di parte) …. "essere detentori di alcuni talenti" (sapere di avere alcune competenze e non pensare di poter occuparsi di tutto)….. "essere parte di una comunità" (cioè non procedere a testa bassa da soli ma cercando continuamente il confronto e il dialogo). Essere parte di una comunità significa essere dentro una storia costruita da persone che sono di esempio e di insegnamento ( "In questo senso penso alle persone che hanno contribuito a far nascere in me l'interesse per la "politica fatta per il bene": quelle che ho conosciuto da vicino come gli amministratori del mio paese, quelli che ho conosciuto attraverso la testimonianza di altri, attraverso le letture, attraverso gli incontri……") • Quando un cristiano si occupa di amministrazione e di politica dovrebbe cercare il più possibile la VERITA' iniziando dall'uso accorto e appropriato delle parole che hanno un loro specifico significato …. Così è importante che quando diciamo "BENE COMUNE" sappiamo cosa diciamo "Il Concilio Vaticano II aveva definito il "bene comune" come «l'insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono, sia alle collettività che ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente» (Gaudium et spes, n. 26). Il servizio del "bene comune" implica, dunque, la responsabilità e l'impegno per la realizzazione piena di tutti e di ciascuno come condizione fondamentale dell'agire politico. Questo è possibile solo se il "bene comune" non è la semplice risultante della spartizione dei beni disponibili, ma una meta che trascende ciascuno con la sua esigenza morale e proprio così ci accomuna." "…….quando si usa la parola INTERESSE si deve essere consapevoli che si prende una parte e la parte del cristiano dovrebbe essere decisamente quella DEI POVERI…..Il cristiano NON è un MODERATO ma un RIVOLUZIONARIO ( i cristiani sono lievito nella pasta intera, sono "uomini nuovi" e dovrebbero portare un vento di novità…..la novità del Vangelo che dice: i prigionieri saranno liberati…..penso alle catene della povertà, della guerra, dell'ignoranza…..tutte questioni che dovrebbero stare a cuore ai cristiani.)" A questo proposito avvicinerei a questa definizione anche il secondo comma dell'art.3 della nostra costituzione che recita…È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese. 1) Alla luce di quanto detto, Silvia ha poi riflettuto a voce alta su che cosa significhi per lei, ricoprire l'incarico di assessore comunale…… ….. significa svolgere in primo luogo un compito amministrativo. Ciò fa venire in mente la parabola dell'amministratore a cui viene lasciato un compito e che si impegna per svolgerlo…..se sarai fedele nel poco ti verrà assegnato anche il molto…. Agli amministratori è richiesto di essere fedeli (alla legge, ai propri ideali, ai propri cittadini….anche nel "poco", cioè nelle "cose piccole", "nelle situazioni di ogni giorno"…….. 2) ESSERE AMMINISTRATORE significa occuparsi (in particolare in un paese piccolo) di questioni molto concrete, che riguardano i bisogni delle persone, delle famiglie, della comunità…."quando ci si trova in giunta (4 assessori 2 donne e 2 uomini + il sindaco) mettiamo in comune tutte le questioni che abbiamo seguito durante la settimana e ci concentriamo su ciò che riteniamo sia il bene dei singoli e della comunità." -In secondo luogo si occupa della vita delle associazioni locali, dei loro bisogni per svolgere al meglio i loro servizi (avere una sede adeguata, poter organizzare le proprie iniziative….). - In terzo luogo si occupa delle iniziative culturali del paese (mantenere le tradizioni, promuovere iniziative nuove e stimolanti per la propria comunità, che fanno mettere in relazione i nostri cittadini con i fratelli di altre realtà, promuovere le varie forme di arte, ecc……) Il tutto è molto stimolante e potrebbe essere molto più gratificante di quanto non sia se si avessero a disposizione le risorse necessarie (principalmente denaro….che permetterebbe anche di avere maggior quantità di personale) per raggiungere gli obiettivi prefissi. - Il tema di come il cristiano (in questo caso politico) usi il denaro è un tema molto ampio….il denaro personale nel senso di stile di vita……ma anche il denaro della comunità (per che cosa vale la pena spendere i soldi dei contribuenti????) Quale idea di stato, di sviluppo, di bene va sostenuta???? Il richiamo è sempre quello di stare dalla parte degli ULTIMI (naturalmente declinando questa parola). "I miei colleghi di amministrazione ed io, racconta Silvia, non siamo infatti degli amministratori di segno neutro: siamo CHIARAMENTE SCHIERATI da una parte politica (il centro sinistra) che significa, secondo noi, amministrare secondo alcuni ideali. Questi ideali dovrebbero caratterizzare il cristiano impegnato in politica ma dovrebbero caratterizzare anche gli esponenti cattolici del centro – sinistra. Il valore della COMUNITA' che per i cristiani è CHIESA-UNITA' e per gli amici più a sinistra è COLLETTIVITA' sia il punto di partenza di tutta l'azione politica …. Perché è lo sfondo naturale sul quale portare avanti il BENE COMUNE. Secondo Silvia il valore della LIBERTA', declinata dagli amici di destra nel LIBERALISMO e nel LIBERISMO, in quanto è sostenuto da una filosofia dell'INDIVIDUALISMO (l'individuo deve essere libero di autodeterminarsi) porta ad una società in cui è progressivamente più difficile accogliere i valori della solidarietà (per noi cristiani CARITA'), si rischia di diventare egoisti, e in definitiva il BENE COMUNE è più facilmente sacrificato all'INTERESSE DI PARTE SE NON ADDIRITTURA PERSONALE. 3) Un'altra questione affrontata dalla relatrice è stata quella relativa ai VALORI NON NEGOZIABILi. Che cos'è un VALORE? E quali sono i valori che per un cristiano sono irrinunciabili? Questi valori sono chiari e condivisi: VITA, GIUSTIZIA, PACE, LIBERTA', UGUGLIANZA, CARITA' (che per altri è la solidarietà), SOBRIETA' DI VITA PERSONALE E NELL'USO DELLE RISORSE…. Secondo Silvia, questi valori sono le stelle che guidano l'attività politica di un cristiano, e preferisce dire che sono DECLINABILI, piuttosto che dire che non sono negoziabili…. Dire che questi valori sono DECLINABILI significa dire che il cristiano che si trova a legiferare su questioni così fondamentali per la vita di una comunità ha il dovere di confrontarsi con le persone (politici) che hanno culture diverse ma che in quanto uomini stimano i valori sopra enunciati come tali. Quale politico potrebbe affermare che siede in parlamento per sostenere il valore della MORTE, o dell'INGIUSTIZIA, o della DISEGUAGLIANZA…… E' la maniera con la quale si declinano i valori che probabilmente divide le parti politiche…… Come si difende la vita ad ogni costo….ad ogni livello sociale, ad ogni età, in ogni parte del mondo….(non dimentichiamo che il politico deve avere uno sguardo globale (nazionale e non solo locale, europeo e mondiale….) Oppure come si persegue la PACE…. Sia quella sociale che quella internazionale. Aumentare il divario tra le molte ricchezze di pochi e le poche ricchezze e possibilità di molti….. non è GIUSTO e non aiuta la PACE e la convivenza tra i popoli…. ( anche immigrazione) Oppure come si declina lo sviluppo dell'umanità con la gestione delle risorse e delle fonti energetiche. La chiesa più volte si è espressa sulla necessità di un cambiamento dello stile di vita dei popoli cosiddetti occidentali…. (il 20 per cento della popolazione non può sprecare l'80 per cento delle risorse…..il tutto a partire dallo stile di vita personale, in particolare dei politici che sono anche eccessivamente pagati e si credono titolati per avere trattamenti eccessivamente lussuosi…. 4)ATTENTI A TIRARE LA CHIESA PER LA GIACCA o a strumentalizzare certe situazioni… non è mai opportuno leggere i documenti ecclesiali, quindi usarli per giustificare una parte politica…. È vero che a volte, certe dichiarazioni di personaggi anche importanti della gerarchia vengono riportate sui giornali come materia sulla quale trovare le divergenze tra gli schieramenti politici….alimentare la polemica……non dare il giusto contributo alla verità. E' importante, conclude Silvia che i cattolici impegnati in politica, che hanno un certo tipo di formazione (e non sono quindi improvvisati) continuino a documentarsi, a leggere i documenti alla fonte, si confrontino con persone competenti…… e non si lascino guidare dalle interpretazioni che giornali e telegiornali danno del pensiero della chiesa…..soprattutto sulle questioni più delicate che riguardano materie nuove su cui si pone il problema di legiferare. Ha preso poi la parola Damiano Bartolini che, in modo molto passionale, si è detto d'accordo con i principi enunciati da Silvia, ma ha anche sottolineato come spesso, nelle piccole realtà come quelle in cui sono chiamati ad operare, sia necessario la collaborazione fra tutte le forze politiche presenti nel Comune, anche perché spesso non si è poi molti a lavorare. Damiano ha poi parlato molto di un'altra forma di impegno nel sociale e, cioè, del volontariato che lui presta da vari anni( esperienze nell'Unitalsi, impegno nella Proloco, nella Croce Rossa, viaggi in Africa a portare direttamente aiuti alle popolazioni più povere……) tanto da essere diventato un punto di riferimento per il suo paese. Numerosi sono stati gli interventi da parte del pubblico che ha posto diverse domande ai relatori fino ad arrivare all'intervento del parroco che ha sottolineato che c'è sempre la Speranza, ma quella del Risorto, perché da parte dei laici vede arrivare poche sollecitazioni e poco impegno. E' ora che i cattolici, invece di contarsi, comincino a contare e ad esprimere a voce alta la propria opinione, anche attraverso i mezzi di comunicazione. A questo proposito, però, è stato sottolineato che segnali di speranza ce ne sono e si è fatto riferimento ad alcune iniziative recenti della nostra realtà associativa locale ( iniziative del MSAC, FORUM organizzati dalle Acli e da AC…) ed una maggiore partecipazione agli incontri organizzati dalla scuola diocesana per la Pastorale Sociale e del Lavoro…. che testimoniano che c'è ancora voglia di impegnarsi! DOCUMENTI DA CITARE (proposta di Silvia Nannini) 1) Di Mons. Bruno Forte (Vescovo di Chieti) 28 novembre 2010 È possibile parlare ancora oggi del "bene comune" come principio ispirativo fondamentale dell'agire politico? Se si guarda agli scenari e ai protagonisti della politica italiana di questi ultimi tempi, si sarebbe tentati di dire di no. La gente comune sente distante il dibattito politico, non concentrato sui problemi reali delle famiglie: lavoro, salute, casa, giovani, scuola, sanità, anziani. Intere aree del paese aspettano dal potere centrale un'attenzione che non c'è, non solo le aree tradizionalmente segnate da problemi irrisolti, come il Mezzogiorno, ma anche quelle provate da recenti traumi, come le alluvioni in Veneto, restate ai margini dell'agenda politica. Lo stimolo della Chiesa Per ritrovare il senso e la passione del "vivere rettamente" mi sembra necessario tornare alla forza ispiratrice e critica del "bene comune": è questo lo stimolo che la Chiesa ha il dovere di offrire. Il Concilio Vaticano II aveva definito il "bene comune" come «l'insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono, sia alle collettività che ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente» (Gaudium et spes, n. 26). Il servizio del "bene comune" implica, dunque, la responsabilità e l'impegno per la realizzazione piena di tutti e di ciascuno come condizione fondamentale dell'agire politico. Questo è possibile solo se il "bene comune" non è la semplice risultante della spartizione dei beni disponibili, ma una meta che trascende ciascuno con la sua esigenza morale e proprio così ci accomuna. Avere a cuore la promozione e la tutela della vita di tutti; servire la crescita di tutto l'uomo in ogni uomo, mettendo al centro la dignità di ogni persona umana, quale che sia la sua condizione, la sua storia, la sua provenienza e la sua cultura; obbedire alla verità, sempre: questo è impegnarsi per il "bene comune". Sarebbe, però, sbagliata l'idea che il "bene comune" sia definito nelle sue forme concrete una volta per tutte, senza discernere il senso che esso assume nella complessità delle situazioni storiche: «La costruzione di un giusto ordinamento sociale e statale, mediante il quale a ciascuno venga dato ciò che gli spetta, è un compito fondamentale che ogni generazione deve nuovamente affrontare» (Benedetto XVI, Deus Caritas est, n. 28). L'impegno per il "bene comune" è allora piuttosto uno stile di vita, un agire caratterizzato da alcune scelte di fondo, da richiedere a chi sia impegnato o voglia impegnarsi in politica, augurandoci che la riforma dell'attuale sistema elettorale torni a dare ai cittadini la facoltà di scegliere le persone di cui fidarsi. Riassumerei queste scelte in cinque indicazioni, che mi sembrano indispensabili per chi voglia servire il "bene comune". In primo luogo, l'impegno per l'etica pubblica e la morale sociale deve essere indissociabile dall'impegno etico sul piano personale: va rifiutata la logica della maschera, che coniughi "vizi privati e pubbliche virtù". Questo comporta il riconoscimento del primato della coscienza nell'agire politico e il diritto di ciascun rappresentante del popolo all'obiezione di coscienza su questioni eticamente rilevanti, ma vuol dire anche che la credibilità del politico andrà misurata sulla sobrietà del suo stile di vita, sulla generosità e costanza nell'impegno, sulla fedeltà effettiva ai valori proclamati (ad esempio a proposito dell'istituto familiare). In secondo luogo, nel rapporto con i cittadini il politico dovrà seguire la massima formulata così da don Lorenzo Milani e dai ragazzi della sua scuola di Barbiana: «Appartenere alla massa e possedere la parola». Il politico dovrà essere vicino alla gente, ascoltarne i problemi, farsi voce delle istanze di giustizia di chi non ha voce e sostenerle. I politici non siano al servizio del padrone di turno, ma del popolo. Nell'impegno in vista del "bene comune" i poveri, i senza parola, i socialmente deboli siano considerati come riferimenti cui è dovuto ascolto e rispetto: lo "stato sociale", l'istruzione e la tutela della salute per tutti, non sono una conquista opinabile, ma valori irrinunciabili, da tutelare e migliorare liberandoli da sprechi e assistenzialismi che non servono ai poveri. In terzo luogo, la dialettica politica andrà sempre subordinata alla ricerca delle convergenze possibili per lavorare insieme al servizio del "bene comune": corresponsabilità, dialogo e partecipazione vanno anteposti a contrapposizioni preconcette o a logiche ispirate a interessi personali o di gruppo. Il "bene comune" va sempre preferito al proprio guadagno o a quello della propria parte politica. Gradualità delle mete In quarto luogo, nel servizio al "bene comune" occorrerà saper accettare la gradualità necessaria al conseguimento delle mete: la logica populista del "tutto e subito" ha spesso motivato promesse non mantenute, quando non la violenza e l'insuccesso di cause anche giuste. Occorre puntare al fine con perseveranza e rigore, senza cedere a compromessi morali e ritardi ingiustificati e senza mai ricorrere a mezzi iniqui. Ogni scelta fatta in vista del "bene comune" non va misurata sulla sola efficacia immediata, ma soprattutto sulla sua valenza e il ruolo educativo al servizio di tutti. Così, in particolare, l'impegno per i valori fondamentali della tutela della vita umana in tutte le sue fasi, della promozione della famiglia, della giustizia per tutti, del rifiuto della guerra e della violenza in ogni forma e dell'impegno per la pace. Infine, chi intenda operare per il "bene comune" deve considerare come scopo del suo servizio il bene di tutti, anche degli avversari politici, che perciò non vanno mai considerati come nemici o concorrenti da eliminare, ma come garanzia di confronto critico in vista del discernimento delle vie migliori per giungere alla realizzazione della dignità personale di ciascuno. Questo insieme di regole minime si riassume in un appello ai protagonisti della politica, particolarmente urgente in questa fase di crisi: occorre un sussulto morale, che dia a tutti, specialmente ai giovani, ragioni di vita e di speranza! La scelta è fra una deriva egoistica e lesionista e, appunto, il "bene comune", il bene che - superando ciascun appetito individuale - libera e unisce tutti. La posta in gioco non è il guadagno di alcuni, ma il futuro che costruiremo insieme. Ci saranno politici pronti a rispondere oggi all'appello per un simile ritorno al primato del "bene comune"? 2) NOTA BIOGRAFICA- Domenico Rosati (1929) è tra i protagonisti dell'azione politica dell'area cattolica di ispirazione democratica e sociale. Per molti anni presidente delle Acli, dal 1976 al 1986; ha fatto parte del Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro. È stato per una legislatura (1987-1992), senatore della Repubblica. È impegnato nel volontariato e nelle organizzazioni per la pace. Collabora a riviste e quotidiani. Ha scritto tra l'altro: L'incudine e la croce. La fabbrica della speranza (1995). Da: http://www.sellerio.it/ Domenico Rosati è uno dei soci dell'Assemblea del CIR ed è Direttore responsabile del mensile "CIRNotizie". 3) SETTIMANA, SETTIMANALE DI ATTUALITÀ PASTORALE N.10, 9 MARZO 2008 I CATTOLICI VERSO LE ELEZIONI Di Domenico Rosati Uno sguardo alla storia che ha segnato gli avvenimenti del nostro paese mostra il ruolo dei cattolici dentro l'agone politico. Prima la linea dell'unità, con qualche variazione, poi la "svolta" del convegno di Palermo per giungere a Verona che sembra aver privilegiato l'elaborazione culturale e la formazione delle coscienze. Unità con variazioni All'interno di tale scenario va collocata anche quella "transizione cattolica" che non è stata finora analizzata compiutamente ma che è sbagliato descrivere come un movimento lineare su uno spartito fissato una volta per tutte. E ciò soprattutto perché la vicenda del popolo di Dio in Italia si presta ad una lettura che, nella continuità del magistero, mette in luce variazioni che corrispondono alla percezione dei segni dei tempi nei diversi stadi dello sviluppo civile e sociale. Chi vuole, può rinvenire, lungo il tragitto che va da Porta Pia al secondo dopoguerra, almeno cinque modalità dell'interazione tra l'indirizzo pastorale, segnato dall'appello unitario (la "tensione unitiva", come si espresse il card. Ruini), e la prassi politica dei credenti: l'unità nel non voto (il non expedit), l'unità nel sostegno ai liberali moderati ("Patto Gentiloni"), l'unità di fatto attorno alla "sortita" del Partito popolare di Sturzo, l'unità nel rapporto (prima benevolo, poi conflittuale) con il fascismo e, infine, il trentennale convogliamento del voto sulla Democrazia Cristiana, una volta risolto a suo favore il dilemma – cattolici nei partiti o cattolici in un partito? – che fece discutere subito dopo la liberazione. Quest'ultima linea, pur con qualche aggiustamento, durò fino al 1995, quando venne soppiantata dalla direttiva di Giovanni Paolo II al convegno ecclesiale di Palermo che sanciva il superamento della preferenza partitica e imperniava la presenza della chiesa anche come "forza sociale", sull'affermazione di un catalogo di valori da intendersi anche come qualificanti dell'impegno politico dei cattolici. …. Si colloca in questo contesto la "svolta di Palermo". La compie Giovanni Paolo II con un discorso che taglia netto con il passato: non più identificazione della chiesa con un partito o con uno schieramento, ma qualificazione autonoma sui contenuti. Rispetto della persona e della vita umana, famiglia, libertà scolastica, solidarietà, promozione della giustizia e della pace: è questo il paradigma dell'identità cattolica sulla quale è richiesta ai partiti una "sufficiente attenzione" e, se manca la quale, l'adesione del cristiano è a rischio. A supporto di tale scelta venne varato il "progetto culturale"….. declinato poi come strategia di unificazione piuttosto che come promozione di una ricerca aperta. …Parole singolarmente consonanti con quelle che Aldo Moro pronunciò all'indomani del referendum sul divorzio: risulta essere impossibile regolare per la sola via legislativa le ricadute di costume dell'evoluzione sociale, da affrontare invece prioritariamente, e pedagogicamente, nelle sedi del dibattito pubblico. …Al convegno ecclesiale di Verona (2006) si colse un cenno di valutazione problematica su tali vicende nei discorsi del card. Ruini e dello stesso Benedetto XVI: ciò parve preludere ad una riduzione della pratica dell'azione diretta, nel senso di non concentrare più l'attenzione "direttamente all'azione politica" dedicandola piuttosto, «all'elaborazione culturale e alla formazione delle coscienze», come la sede «propria e più conveniente» (Ruini). Altrettanto poteva leggersi nelle parole del papa quando – ribadito che la chiesa «non è e non intende essere un agente politico» – specificava che «il compito immediato di agire in ambito politico per costruire un giusto ordine nella società non è dunque della chiesa come tale ma dei fedeli laici che operano come cittadini sotto la propria responsabilità». Responsabilità che si riduce e si scarica, invece, sulla gerarchia quando, anche in testi ufficiali, ci sia addentra in modo sempre più dettagliato nelle maglie della tecnicalità politico-parlamentare, restringendo alla sola fase del processo legislativo avviato la facoltà consentita ai credenti di adoperarsi per ridurre il danno di leggi controverse. …Dalla rivisitazione del passato e dall'intelligenza degli avvenimenti c'è tuttavia quanto basta per aspettarsi un'indicazione aperta e fiduciosa che raggiunga il cuore di tutti i credenti dovunque dislocati, non perché scavino nuove trincee ma perché assumano, come è proprio dei laici, almeno la responsabilità dell'"ultimo miglio" nel percorso di libertà e di liberazione che porta al bene comune. 4) Mons. Betori: la politica sia una forma alta della carità La politica, anche quella di oggi, non può fare a meno di "confrontarsi con il progetto di uomo che scaturisce dalla testimonianza di Gesù". Lo ha detto l'arcivescovo di Firenze, mons. Giuseppe Betori, nell'omelia per la messa, celebrata ieri in arcivescovado, in preparazione alla Pasqua per i cattolici impegnati in ambito sociale, politico e nell'amministrazione pubblica. La politica – ha detto l'arcivescovo di Firenze - "è una forma alta della carità che chiede rigorosa responsabilità di coerenza di persona e di progetti e dedizione generosa". Al tempo di Gesù, così come oggi, la superficialità porta gli uomini a cercare "una religiosità di compromesso". Una religiosità - ha proseguito mons. Betori - "in cui la fede non è percepita come la cosa seria, come una scelta che non ammette commistioni e pretende totale esclusività". Tutto ciò si riflette e diventa un problema, "anche per il nostro stare nel mondo", nel servire i fratelli come nel servizio della politica perché "è sempre e solo la persona umana, la sua dignità e il suo bene, ciò che è in gioco tanto nella fede quanto nella politica". Per questo, essa non può che avere "come fine il bene comune". L'arcivescovo – riferisce il Sir - si è quindi soffermato "sul senso dell'impegno di un credente nella sfera sociale e politica", dove ciascuno "è chiamato per nome", una chiamata in cui "gli altri sono sempre implicati". "Prendersi cura degli altri, anche nella forma istituzionale della politica – ha concluso l'arcivescovo di Firenze – non si aggiunge quindi ad un'identità già conclusa nel rapporto tra ogni uomo e Dio, ma è incluso in esso". "È questo che fa della politica una forma alta della carità, ma anche una missione di testimonianza del Vangelo per tutti". 5) Un cammino che continua… dopo Reggio Calabria Presentazione del documento conclusivo della 46ª Settimana Sociale dei Cattolici Italiani Cattolici nell'Italia di oggi. Un'agenda di speranza per il futuro del Paese unità, speranza, responsabilità Le giornate di Reggio Calabria ci hanno aiutato a vivere la nostra unica fede, a conoscerci pur provenendo da ogni parte d'Italia, ad accoglierci pur nella diversità del pensiero. Insieme, come Chiesa, popolo di Dio, abbiamo guardato a Cristo, l'uomo perfetto, per «prendere sempre come esempio il suo agire, per poter crescere in umanità, e così realizzare una Città dal volto sempre più umano, nella quale ognuno è considerato persona, essere spirituale in relazione con gli altri» (BENEDETTO XVI, Discorso, 6 febbraio 2010). «La nozione cristiana di bene comune deriva infatti dal riconoscimento della dignità, unità e uguaglianza di tutte le persone». Ci rivolgiamo infine a tutti gli italiani, perché quello al bene comune è servizio che possiamo rendere insieme: «la Chiesa non cerca l'interesse di una parte della società – quella cattolica o che in essa comunque si riconosce – ma è attenta all'interesse generale» e insegna ai cristiani a impegnarsi perché il vivere sociale sempre di nuovo acquisti forma di città. Lo stile proprio del cristiano che discerne e testimonia è quello di essere: «non arrogante, non precipitoso nei discorsi, non polemico, che conosce la propria religione, che sa cosa crede e cosa non crede». Il dibattito su includere le nuove presenze ha auspicato la revisione della legge sulla cittadinanza per ridurre i tempi del riconoscimento e la necessità di percorsi per l'inclusione e la cittadinanza, il diritto di voto almeno alle elezioni amministrative e l'ammissione al servizio civile. Le comunità ecclesiali sono chiamate ad assumere «un ruolo propositivo non solo nell'accoglienza, ma nella tutela dei diritti, nella promozione della socialità, nel dialogo ecumenico e interreligioso» (n. 15). È questa una via di unità nell'impegno a promuovere anzitutto una cultura dell'uomo, della vita, della famiglia, fonte di uno sviluppo autentico, perché fondato sul rispetto assoluto e totale di ogni persona. Occorre mettere al centro i cittadini-elettori e affrontare la questione del numero dei mandati e dell'ineleggibilità di quanti hanno pendenze con la giustizia. Il federalismo può favorire una migliore unità politica, maggiore solidarietà e sussidiarietà se alimenta «nel Paese una sana reciprocità». CONCLUSIONI Visto che è opportuno avere un progetto per indirizzare i passi della comunità che si muove verso il futuro mi piace riprendere quanto La Pira scriveva a Zaccagnini…. «Caro Zaccagnini – rispondeva La Pira –, sì, questo non è il momento delle debolezze e delle incertezze, è il momento del coraggio […]. Tu mi inviti a riprendere il progetto della casa comune che noi costituenti concepimmo con una architettura armonica e, in un certo senso, unica e originale»…..più discorso finale nel libro su Zaccagnini in fondo.
Forlì, 29 dicembre 2010

Silvia Nannini

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